Casale di Teverolaccio

CasalediTeverolaccioINQUADRAMENTO E CONTESTO STORICO

La centuriazione dell’Ager Campanus
Sotto il dominio romano cominciò l’opera di ripopolamento del territorio. Il grande agro pubblico, ascritto ai beni del popolo di Roma, venne diviso e razionalizzato con una vasta centuriazione, che fu estesa a nord e a sud del fiume Clanio, tra Capua ed Atella. I Romani assegnarono a ciascuno dei 5.000 coloni inviati 10 iugeri di terra (circa 2,5 ha). Il territorio fu diviso in quadrati regolari di terre, mediante strade che si intersecavano ad angolo retto (limites), con un modulo di ampiezza costante nell’ambito della stessa centuriazione. La base di ogni limitazione era data dal decumanus maximus (Est-Ovest) e il cardus maximus (Nord-Sud).

Recenti studi hanno evidenziato che l’area atellana non fu oggetto di una sola ripartizione territoriale, ma fu interessata da quattro centuriazioni di epoca diversa cui sono stati attribuiti i seguenti nomi:
• Ager Campanus I (131 a.C.);
• Ager Campanus II (83-59 a.C.);
• Acerrae- Atella I (epoca di Augusto);
• Atella II (intermedia fra la seconda e la terza).

L’Ager Campanus I fu realizzata in attuazione della Lex agraria Sempronia del 133 a. C sotto le riforme dei Gracchi. Interessava tutta l’area atellana. Il modulo era di 20 actus, corrispondenti a 705 metri. L’Ager Campanus II risale all’epoca di Silla e Cesare. Il modulo corrispondeva a 706 metri e si estendeva anche in una piccola zona a nord di Atella in direzione di Cuma e Liternum.

Acerrae-Atella I risale all’epoca di Augusto e il suo modulo era di 16 actus, circa 565 metri. Interessava tutta l’area atellana, ad eccezione delle zone di Succivo. Le due città furono interamente ricostruite e la disposizione delle mura e delle strade principali fu allineata con i decumani della centuriazione.

Atella II va collocata nel periodo posteriore all’Ager campanus II. Il modulo era di 710 metri, e aveva un’estensione limitata, che interessava solo il territorio di Orta di Atella e piccole porzioni del territorio di Succivo, Sant’Arpino, Frattaminore e Caivano. Tale operazione comportò la realizzazione di nuove opere di collegamento viario, la bonifica di terre incolte o abbandonate all’incuria e determinò l’arrivo di nuovi gruppi di coloni e con essi di tante figure artigianali, che apportarono un decisivo miglioramento all’economia locale, ma che cancellarono gran parte delle tradizioni e della cultura osca.

Centuriazione dell'Ager Campanus
L’assegnazione dei terreni dell’agro centuriato comportò così l’arrivo di una nuova popolazione, formata da 2.400 coloni, assegnatari delle particelle contenute nelle 240 centurie, e delle loro rispettive famiglie, che si aggiunsero agli abitanti del luogo34. L’occupazione totale di questo territorio, dovuta alla presenza produttiva delle famiglie di coloni, provocò quella massiccia opera di trasformazione e di conservazione dei luoghi, che ancora oggi mostra la sua dimensione e importanza. Oltre alle tracce topografiche, la testimonianza dell’opera di queste genti determinò la nascita del primo apparato toponomastico di cui è pervenuta traccia. I nomi dei luoghi erano per lo più significanti l’appartenenza degli stessi ai proprietari oppure dovuti alle caratteristiche geomorfologiche del luogo. Così entrarono nella memoria storica del territorio i nomi legati agli insediamenti di Carinarum, Centora, Cese, Ducenta, Furinianum, Graecinianum, Luxianum, Subsecivum, Teveriolum, Vicus Foeniculensis, Liternum.

Prime fonti su Teverolaccio
Nell’XI secolo Atella era ormai ridotta a piccolo villaggio a causa della minaccia dell’invasione longobarda. È proprio in questa fase che cominciarono a formarsi quei piccoli insediamenti rurali (loci, vici) nella massa atellana, abitati di modeste dimensioni che in seguito sarebbero diventati i casalia: è il caso di Pumilianum, Crispanum, Fractula piczula e di altri loci e villae orrispondenti agli attuali comuni di Pomigliano, Crispano e Frattaminore.

Di Teverolaccio invece non si ha testimonianza in nessun documento anteriore al XII secolo,il primo documento in cui viene citato infatti risale al 24 settembre 1120. Per tutto il secolo successivo e l’età aragonese non si hanno più notizie di Teverola di san Sossio, o Teverola Arsa, sebbene la Torre, che si trova ancora oggi nel casale, risalga proprio a quel periodo. La successiva documentazione si ritroverà nel XVI quando il feudo in seguito verrà conosciuto con i nomi di Teverolazzo, Trivolazzo e Teverolaccio.

Lo sviluppo di Teverolaccio dopo il XV secolo
Si può far risalire All’età aragonese la costruzione della Torre, primitivo nucleo del casale, ma non si hanno documentazioni che attestino la consistenza dell’abitato. Preposta al controllo di importanti vie di comunicazione tra Acerra, Aversa, Capua e Napoli, questa torre semaforica mostra infatti i caratteri tipici delle costruzioni difensive aragonesi.

Dal punto di vista architettonico, la torre si presenta a pianta quadrata con scarpa. Essa risulta suddivisa in tre livelli da cordonature toroidali; ogni livello presenta un’apertura su ogni lato in piperno, caratterizzata da un arco a tutto sesto e da una cornice modanata. E’ inoltre coronata da una caditoia a beccatelli e da una ghiera merlata di archetti a tutto sesto.

La preesistenza della torre rispetto al Palazzo Baronale è suggerita dalle cordonature orizzontali che non trovano continuità nei muri perimetrali dell’edificio, e dalla diversa tipologia delle aperture, che nel palazzo si presentano di forma rettangolare.

Nel 1548 Giovan Battista Palumbo possedeva in totale a Teverolaccio 93moggia di terreno, in parte piantate a vite maritata, ed in parte seminata a grano. Il Palazzo baronale venne costruito proprio sotto il baronato dei Palumbo, probabilmente tra il 1520 e il 1539, ed era costituito da un corpo lungo che incorporava la preesistente Torre, e da un altro corpo ortogonale a questo che si estendeva fino all’androne. Attualmente l’edificio è impostato su una pianta ad L e si sviluppa su due livelli. Le facciate sono lisce e prive di elementi decorativi, scandite solo dalle finestre al secondo livello, mentre il granile presenta aperture ogivali. Sul fronte principale il portale è affiancato da finestre con grate, mentre al secondo ordine vi sono finestre rettangolari di piperno modanate.

Dopo l’avvicendarsi di varie proprietà , il 10 maggio 1564 Ascanio Filomarino, figlio di Scipione e nipote del cardinale, prese possesso del casale e della torre. Poco dopo l’acquisto del casale, i Filomarino ottennero di potervi svolgere all’interno una fiera ed un mercato soprattutto di animali da macello, formaggi e salumi, che in breve tempo acquisì notevole fama. Il mercato si svolgeva ogni settimana di mercoledì ed era molto frequentato sia da avventori che da mercanti, poiché si trovava in una posizione molto vantaggiosa ed offriva uno spazio molto ampio per la vendita, con postazioni sia scoperte che coperte e i cui affitti portavano notevoli introiti ai proprietari del casale.

I Filomarino inoltre con l’acquisto del casale di Teverolaccio acquisirono anche il patronato sulla chiesetta di San Sossio, che riedificarono, come si legge sull’architrave del portale rinascimentale che porta incisa la data 1654. Il casale di Teverolaccio fu poi acquistato nel 1807 dalla Principessa Emanuela Pignatelli di Tricase in franco allodio burgensatico, quando il villaggio contava circa 40 abitanti. In seguito passò al figlio Giovambattista Gallone. In questo periodo continuò ancora a tenervisi il mercato che però andò lentamente in decadenza fino ad essere soppresso del tutto, alla fine di una lunga controversia per il diritti del suolo tra il Principe di Tricase e il Comune di Succivo.

Nella descrizione di G.Parente del 1855 il casale di Teverolaccio appariva come deserto e in rovina e vi si contava una popolazione di 18 persone. Nel 1772 fu realizzata la Carta da un tecnico del Comune di Aversa, Vincenzo Fioravanti. Nella Carta il Fioravanti rappresentò Aversa ed i territori circostanti, probabilmente su un disegno precedente e senza apportare aggiornamenti alla rappresentazione urbana, in considerazione della finalità puramente amministrativa del documento e come supporto grafico all’elenco degli insediamenti che rientravano sotto la giurisdizione aversana. La Carta fu commissionata infatti non per rappresentare il territorio dal punto di vista fisico e geografico, ma allo scopo di realizzare una riproduzione dell’Agro Aversano incentrata sulla città di Aversa, intesa come capitale storica e culturale del territorio. Il casale di Teverolaccio viene rappresentato in pianta, dalla forma rettangolare, nella quale è chiaramente riconoscibile l’asse che collega i due portoni d’ingresso, e il collegamento con la strada che conduce a Ponte rotto. E’ raffigurato l’ingombro del Palazzo Baronale, tuttavia rappresentato come un unico corpo lungo e non nella sua reale articolazione ad L, mentre sul lato
Est ed Ovest sono riconoscibili inoltre gli altri edifici addossati alla cinta muraria.

Il mercato di Teverolaccio
Fino alla metà del XVII secolo la configurazione del casale di Teverolaccio fu quella di una masseria di campagna150, un piccolo villaggio dominato da una torre e un grande palazzo baronale in cui la coltivazione dei terreni, soprattutto a grano, e la produzione di vino rappresentavano l’unica fonte di reddito per i feudatari. Ma la sua funzione e la sua importanza cambiarono notevolmente nel 1654, con l’acquisto del casale da parte della famiglia Filomarino. Infatti il 16 maggio 1655 Ascanio Duca della Torre chiese ed ottenne il permesso di poter svolgere all’interno del complesso di Teverolaccio una fiera ed un mercato, consapevole del fatto che ciò avrebbe potuto aumentare notevolmente le sue entrate grazie all’affitto dei numerosi locali come magazzini per le merci.

Ospitare un mercato a Teverolaccio era un scelta molto conveniente poiché il casale si trovava in una posizione vantaggiosa, essendo collocato abbastanza fuori dai centri cittadini in modo da non
infastidire gli abitanti, ma comunque in un importante snodo viario. Inoltre l’area in cui si poteva tenere il mercato era molto ampia, con magazzini e spazi adatti per il riposo notturno, ed essendo racchiusa da una murazione continua interrotta da due sole porte, risultava anche facilmente sorvegliabile.

Il 4 aprile 1809 l’emanazione della legge che stabiliva la nascita del «Catasto Provvisorio del Regno», detto anche catasto murattiano, che rappresentava il passaggio dall’ormai superato catasto onciario, che non era frutto di una ricognizione del territorio, ad un nuovo catasto più preciso e dotato anche di mappa. Teverolaccio viene indicato nella sezione C, la quale comprendeva oltre a Teverolaccio stesso, le località Pizzo ed Arena, Limitone, Madonna dell’Ariano, Padre Eterno, Pioppi, Morelle, Il Greco, Via dell’Arene, Sagliano, Le 30 moggia, Terranova, Masseria di Casolla, per un totale di 213 moggia prevalentemente arbustato di 1a qualità, e 10 moggia di giardini di cui 2,360 di proprietà della Principessa di Tricase, proprietaria del Casale di Teverolaccio. La suddetta Principessa possedeva anche le 66 case che si trovavano sul territorio, ad eccezione di un basso e una stanza di quinta classe che erano della Chiesa parrocchiale di San Sossio.

Negli anni che vanno dal 1833 al 1852 nacque una complessa controversia giuridicoamministrativa tra il Comune di Succivo e Giovanbattista Gallone Principe di Tricase, all’epoca proprietario del Casale di Teverolaccio, per il riconoscimento dei diritti di proprietà del suolo sul quale si teneva il Mercato, che il Principe, e ancora prima la madre, la principessa Emanuela Pignatelli voleva ridurre a coltura per ricavarne un reddito maggiore rispetto agli scarsi introiti derivanti dagli affitti dei locali. I dati riportati nel testo della perizia, opportunamente confrontati con la configurazione del sito delineato nella pianta allegata, consentono di stabilire l’articolazione delle strutture che componevano la “masseria” di Teverolaccio.

Dal confronto tra la fonte documentaria e la tavola grafica si deduce che il sito di Teverolaccio si sviluppava secondo la forma di un parallelogramma, con due porte d’accesso, una nella parte occidentale verso la strada che conduceva ai Regi Lagni e una in quella orientale verso la strada che conduceva a Ponte Rotto185. Le porte erano collocate lungo un asse rettilineo che attraversava tutta l’area, al centro della quale sorgeva il Palazzo Baronale.

Portone d’ingresso Orientale
Dalla perizia risulta che la zona che andava dalla porta occidentale fino all’angolo del Palazzo Baronale era pavimentata con basolato, mentre la restante parte, fino alla porta orientale, non presentava pavimentazione ed era destinata ad uso del Mercato di Teverolaccio. Per accedere al Palazzo baronale, le cui mura occupavano un lato del suolo, era infatti necessario passare attraverso l’area del Mercato.

Tutta l’area del Mercato era chiusa lungo il perimetro da una murazione continua che confinava con altri territori di proprietà del Principe di Tricase. Il portone occidentale che si trovava sulla strada verso i Regi Lagni aveva una porta a due battenti di castagno, e nella parte centinata presentava una decorazione a “coda di pavone” dello stesso legno. Attraversando tale portone si giungeva in un androne coperto da lamia a botte e con pavimentazione a basoli.

Subito a sinistra del portone d’ingresso occidentale si trovavano diversi bassi, adibiti in precedenza ad uso di taverna. Il primo era privo di chiusura, coperto con una volta a botte e il cui pavimento
lastricato di lapillo si presentava in cattive condizioni; il successivo era privo di copertura, pavimentazione e chiusura; il terzo, coperto da una volta a botte, decisamente più ampio e pavimentato nello stesso modo, presentava due nicchie laterali. I vani comunicavano tra loro e all’interno di questo locale si trovava l’antico forno.

Sempre al lato sinistro si succedevano 5 bassi senza copertura, di cui 4 privi di chiusura ed un quinto chiuso da una vecchia porta inutilizzabile. Ne seguivano altri cinque, con chiusure in buono
stato e pennate di creta, che presentavano coperture di lastrico sopra travi sovrastate da un tetto a due falde. Questi bassi erano tenuti ad uso di magazzino.

Sul lato occidentale del Palazzo baronale, al piano terraneo della torre angolare, erano posti altri due bassi, di cui uno con un vano d’ingresso ad arco e l’altro rettangolare; entrambi erano coperti
con volta a botte e pavimentati con lapilli. Il secondo di questi bassi possedeva un'entrata secondaria anche dal lato meridionale del palazzo. Vi si accedeva con un gradino, e presentava un finestrino superiore, così come altri due bassi simili che vi si trovavano accanto. Il Palazzo Baronale presentava un grande portone d’ingresso situato tra sei finestre a lume con inferriate di ferro, mentre nel lato orientale si apriva un vano ad arco completamente in piperno che immetteva nell’area del cosiddetto palmintello.

Nel lato meridionale del cortile si trovava un altro portone che immetteva nel giardino del Principe. Accanto, la sporgenza derivata da due edifici racchiudeva un piccolo spazio del cortile cui si accedeva attraversando un portone a due battenti, dove si trovavano un pozzo e la casa del Parroco. Accanto a questa vi era la chiesa parrocchiale, con avanti un piccolo spazio racchiuso da una bassa recinzione, e all’ingresso due colonne di piperno e due gradini. Sullo stesso lato vi erano poi due aperture prive di chiusure e tre finestre; proseguiva poi il muro di cinta nel quale vi erano 12 aperture tompagnate. Dalla parte opposta dell’area, l’ingresso dalla porta orientale permetteva di attraversare il suolo del mercato con le carrette, e di giungere oltre che al Palazzo baronale, anche al giardino del Principe, all’abitazione del guardiano posta nella parte meridionale, alla chiesa parrocchiale di San Sossio con il suo accesso diretto sullo spiazzo del mercato, e ad altre abitazioni che la fiancheggiavano.

Nel lato orientale dello spiazzo si trovava un alto muro sostenuto da cinque barbacani di 13 palmi per 21 di altezza, al termine dei quali vi era il portone orientale, coperto da una pennata di canali. Presentava anch’esso un rostro decorato a coda di pavone nella parte centinata, ma all’epoca della perizia si trovava già in pessime condizioni. Al di sotto vi era un piccolo androne, che dava su un viale che portava a Ponte Rotto, ed accanto ad esso due bassi diroccati. A sinistra del suddetto portone orientale vi erano cinque ruderi di scompartimenti, con 14 vani tompagnati. La murazione a questo formava una rientranza, creando un ampio spazio rettangolare, al termine del quale si trovava una scala a due rampe senza copertura, dalla quale si poteva accedere a due stanze occupate dal fattore del Principe. Di seguito vi erano due aperture che presentavano porte in buono stato, ognuna con un gradino. Queste immettevano in un unico basso, diviso internamente da un arco. L’ambiente presentava una copertura a travi ed era pavimentato a lastrico; una stanza era occupata dal focolare e l’altra da uno scalone di legno. Subito dopo vi era un altro basso simile.

Seguivano dallo stesso lato altri 18 bassi, di cui gli ultimi sei più piccoli e privi di chiusure e coperture. Uno di questi bassi, contrassegnato dal numero 7 all’esterno, era adibito ad uso di stalla. Ritornando al lato occidentale si vedevano ruderi di mura e alcuni edifici diroccati adiacenti al portone occidentale. Nell’area del Mercato esistevano inoltre due cave di pozzolana, una situata davanti alla chiesa parrocchiale, di palmi 5 per 5 e profondità 30 palmi, e l’altra poco distante dal portone orientale.

Nel 1874, fu acquistato dai Bonocore, nel 1939 passò alla Duchessa Maria Rosaria Diana e nel 1983, infine, fu acquistato dal Comune di Succivo, Sindaco S. Tessitore, per destinarlo ad attività socio-culturali. Nel 1993 il Ministero dei Beni Culturali e Ambientali, sottopose il complesso a tutte le disposizioni di tutela ai sensi della Legge n°1089 del 1° giugno 1939. Nel 2004 parte del casale è stato oggetto di interventi di restauro e risanamento conservativo da parte dell’Amministrazione comunale di Succivo, al fine di destinarlo a centro per la moda.

 

Tratto da: 

RELAZIONE PAESAGGISTICA
“Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio”
D. Lgs.22.01.2004, n.42 – art.146, comma2°
D.P.C.M. 12.12.2005
Committenti
Associazione di Volontariato Geofilos
Legambiente Campania
Progettista
Arch. Raffaele Bonanno
Dirigente Ufficio Tecnico – Comune di Succivo

Foto e testi estratti dalla tesi di laurea della dott.ssa Camilla Di Falco