Le Fabule Atellane e le Maschere

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Le fabule atellane sono delle antichissime farse popolari elaborate, che risalgono ad alcuni secoli prima di Cristo, ideate dalle popolazioni osche della Campania in modo particolare ad Atella, da cui presero il nome.

L'origine delle “Fabulae Atellanae” fu segnata dal momento in cui le popolazioni osche, imitando un genere di farse popolari, le cosiddette farse fliace, ne accentuarono il tono mordace, intromettendovi quei rustici alterchi che poi le caratterizzeranno oltremodo.

La tematica principale delle farse atellane era costituita da scenette di genere, briose e realistiche, basate sul contrasto fra tipi fissi, quali il padrone avaro e il servo geloso, il contadino sciocco e il passante intelligente, il vecchio innamorato e il giovane rivale; nelle quali l'intreccio si scioglieva tra contorsioni, smorfie, acrobazie, inseguimenti, spettacolari cadute e nel contesto di un percorso fertile oltre misura di situazioni ora piccanti, ora divertenti e paradossali: erano, insomma, gli aspetti farseschi l'elemento essenziale dello spettacolo. Il più delle volte infatti, le farse si sviluppano su canovacci improvvisati dagli stessi attori, che indossavano un costume realizzato al momento con pochi stracci e una maschera dai tratti ben definiti.

In ogni caso le personae, quelli che oggi noi chiamiamo personaggi, erano caratterizzate ciascuna da una propria psicologia. Le maschere erano per lo più realizzate con cortecce d'albero, terre policrome e tela cerata: molto scomode da portare, le sue parti in rilievo penetravano ben presto nella carne provocando fastidiosi disagi agli attori.

I personaggi della commedia atellana erano quattro: Maccus, Buccus, Pappus e Dossennus:

MACCUS, dal greco maccoan che significa letteralmente "fare il cretino" o da una radice italica mala, maxilla che sta per "uomo dalle grosse mascelle" era un personaggio balordo, ghiottone, sempre innamorato, e per questo spesso beffeggiato e malmenato.

Sulla scena era caratterizzo da un vestito bianco, la testa coperta da un copricapo di origine siriaca, il cosiddetto tutulus, una sorte di caratteristico "coppolone", che forse indossava perché calvo e con la testa appuntita, e da una maschera a mezzo viso che gli copriva il naso adunco. Per la sua somiglianza con Pulcinella, secondo una vecchia disquisizione che ha dato origine ad una controversia mai sopita fra gli studiosi antichi e moderni, è considerato il progenitore della popolare maschera partenopea.

BUCCUS, da bucca, una forma popolare latina che sta per "uomo dalla bocca grossa" era un personaggio prepotente ed infido, continuamente in conflitto con i contadini che tiranneggiava.

Era caratterizzato simpaticamente da un’enorme bocca che si stira in un ghigno smisurato; per il resto era caratterizzato da un profilo oltremodo pingue, che era ottenuto dagli attori con vistose imbottiture sul ventre e sul deretano allo scopo di accentuarne il carattere informe.

PAPPUS, dal greco pappos traducibile in "antenato" impersonava un vecchio babbeo e vizioso. A motivo di questo suo humus psicologico era pertanto raffigurato vestito in modo discinto e con una facies consona alla sua fama di libidinoso.

DOSSENUS, nome dalla radice etrusca ennus e tuttavia riconducibile al latino dossus - dorsum, che sta per gobba, è il saccente proprietario terriero ambizioso e vanitoso, un po' mago e un po' filosofo, astuto e sempre affamato. La statuina capuana lo raffigura giustappunto con la gobba, un’enorme bocca e l'aria di chi ostenta sapienza.

Le suddette maschere agivano con l'ausilio di altre figure - gli acrobati e soprattutto i mimi - ai cui risvolti buffoneschi erano legati, tra le altre, le esibizioni del mimus albis e del mimus centunculus, cosiddetti per via del costume che indossavano: bianco, nel primo caso; di toppe variopinte, nel secondo. Caratteristiche queste, che, in quanto ritornano nelle figure di Pulcinella ed Arlecchino hanno rafforzato ancor di più, in alcuni studiosi, la convinzione di una larga derivazione delle maschere moderne da quelle atellane.